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Filosofia 3

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Filosofia 3

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Data di creazione: 2026/09/29

Categoria: Università

Numero di domande: 100

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A partire dalla prospettiva della decostruzione, l'etica si configura come: apertura all'alterità irriducibile. esigenza normativa universale. applicazione rigida del codice etico. insieme di regole prescrittive.

La responsabilità, per Derrida, si origina da: una struttura metafisica. un'ingiunzione che sfugge alla regola. un insieme di norme condivise. un precetto morale stabilito.

La decostruzione, in ambito etico-politico, agisce come: applicazione di principi universali. riformulazione della metafisica classica. interrogazione e messa in crisi delle categorie fondanti. pratica moralistica di smascheramento.

La relazione educativa, secondo una visione decostruttiva, si costituisce come: evento condiviso e relazionale. processo simmetrico tra pari. trasmissione unilaterale del sapere. costruzione gerarchica della conoscenza.

L'insegnamento, ispirandosi al pensiero di Derrida, accade come: sequenza lineare di saperi. esercizio di autorità pedagogica. pratica istituzionale codificata. evento esposto alla traccia.

La relazione all'altro, nella decostruzione, richiede: disponibilità alla espropriazione di sé. rifiuto di ogni relazione. esecuzione di norme comportamentali. adozione di un metodo definito.

L'impossibile, nella decostruzione, è: condizione dell'etica e della decisione. ostacolo al pensiero filosofico. limite inaccessibile alla conoscenza. errore da evitare nel ragionamento.

La decisione etica, in chiave decostruttiva, avviene: attraverso l'applicazione di regole. nel sapere condiviso e oggettivo. nell'urgenza dell'indecidibile. sulla base di norme codificate.

La relazione educativa, in prospettiva decostruttiva, si costituisce come: applicazione paritaria di saperi predefiniti. spazio con-diviso in cui i soggetti si costituiscono nella relazione. trasmissione verticale di contenuti programmati. coordinamento regolato da norme istituzionali.

Il "dono", secondo Derrida, è: forma codificata di scambio. economia dell'equilibrio tra soggetti. atto di restituzione simbolica. gesto senza debito né reciprocità.

Secondo Derrida, la decostruzione può essere definita come: una tecnica linguistica fondata sulla logica. un metodo per chiarire significati nascosti. una pratica che interroga le condizioni del senso. una forma di scrittura automatica e personale.

Ogni atto di parola è segnato da: la completezza del messaggio espresso. l'impossibilità di saturare integralmente il senso. la chiarezza del soggetto parlante. una struttura trasparente e definita.

Ereditare una lingua implica: trasformarla lasciando una traccia. aderire alle sue regole senza modificarle. apprenderla come codice neutro. rifiutarla per scegliere il silenzio.

L'espressione "Schibboleth" designa: un codice grammaticale universale. un segno idiomatico di differenza. una regola fonetica condivisa. un simbolo di appartenenza religiosa.

Secondo Derrida, il linguaggio è caratterizzato da: una struttura razionale e coerente. un'origine pura e stabile. una scrittura testamentaria segnata dalla "sopravvivenza". una funzione di dominio.

L'approccio educativo ispirato alla decostruzione valorizza: la ripetizione formale dei testi. la standardizzazione del linguaggio. la sostituzione della lingua madre. il contatto con i "resti" vivi della lingua.

L'idioma è concepito da Derrida come: un elemento intraducibile e singolare. un'unità culturale fissa e stabile. un insieme di strutture trasparenti. una lingua neutra e universale.

La lingua "propria" è descritta da Derrida come: un'eredità perfettamente trasmissibile. sempre abitata da alterità e dalla differenza. il fondamento dell'identità individuale. un costrutto "nazionale" condiviso.

L'espressione derridiana "più di una lingua" rimanda a: Una competenza linguistica avanzata. L'accumulo di nozioni idiomatiche. Una logica educativa standardizzata. Un'eccedenza che sfugge alla proprietà e all'appropriazione.

Per Derrida, la lingua si manifesta come: un sistema logico che evolve nella storia. un dispositivo comunicativo sempre attuale. un'espressione simbolica del presente. una traccia che sopravvive come "più-che-vivere".

Derrida considera l'amicizia come: un legame fondato su interessi comuni. un sentimento stabile e rigidamente determinabile. una forma di riconciliazione religiosa. un dispositivo etico-politico attraversato da aporie.

L'amicizia, nella logica dell'indecidibile, rimanda a: una scelta calcolata. un evento imprevedibile ed eccedente. un contratto morale fra pari. un'esigenza universale e normativa.

Derrida legge il detto aristotelico "O miei amici, non c'è nessun amico" come: una semplice provocazione retorica. una formula logica da confutare. un appello indecidibile che apre al pensiero dell'altro. una contraddizione che nega il valore dell'amicizia.

La figura "classica" dell'amicizia è basata su: distanza, eccentricità, apertura all'evento. indifferenza e autosufficienza. isolamento e riflessione interiore. reciprocità, prossimità, riconoscimento.

L'idea "altra" di amicizia indicata da Derrida si caratterizza per: indifferenza e autosufficienza. distanza, eccentricità, apertura all'evento. reciprocità, prossimità e uguaglianza. isolamento e riflessione interiore.

La doppia lettura del detto aristotelico permette di intendere l'amicizia come: una soglia aporetica che sospende la norma ed espone all'altro. un vincolo esclusivamente affettivo. una condizione linguistica irrilevante. un fatto empirico osservabile.

Il concetto di amicizia in Aristotele si articola tra: pratica religiosa e responsabilità personale. imitazione divina e obbligo legale. pólis e ideale autarchico. economia dello scambio e virtù pubblica.

L'etica dell'amicizia, nella prospettiva decostruttiva, si fonda su: conformità al dovere morale. complicità tra uguali. simmetria tra libertà e regola. responsabilità singolare e radicale.

L'amicizia, per Derrida, si annuncia come: un evento irriducibile e non programmabile. una conferma della legge morale. un obbligo sociale condiviso. una relazione simmetrica e paritaria.

L'amicizia, come eccedenza dell'evento, mette in crisi: la distinzione tra amicizia e giustizia. la stabilità delle categorie etico-politiche. il legame tra legge e istituzione religiosa. l'individualità dell'esperienza affettiva.

A partire da Platone e Aristotele, Derrida interpreta la "philía" come: un evento possibile/impossibile che sfugge a ogni calcolo e definizione. una sintesi stabile tra virtù e piacere. un legame condiviso della comunità. una definizione normativa universale.

L'amicizia tra esseri umani, in chiave decostruttiva, è pensabile solo in quanto: relazione simmetrica e perfetta. relazione fondativa della legge naturale. relazione normata da codici morali. relazione asimmetrica e aperta all'altro.

L'amicizia con il Dio, a partire dalla lettura derridiana di Aristotele, è da considerarsi: il modello ideale dell'amicizia. una metafora politica. impossibile per mancanza di reciprocità. un concetto trascurabile.

L'alterità, per Derrida, è da intendersi, tra l'altro, come: ostacolo alla fondazione della comunità. elemento esterno alla relazione. presupposto originario dell'amicizia. aspetto secondario del pensiero politico.

La "legge" dell'amicizia, secondo Derrida, rinvia a: una scelta libera dell'individuo. un'eteronomia che precede ogni autonomia. una razionalità condivisa. una struttura contrattuale.

Nel quadro decostruttivo delineato da Derrida, amicizia e democrazia condividono: la natura instabile di un appello all'altro che eccede ogni forma della presenza. la struttura simmetrica di un patto razionale tra soggetti liberi. l'orizzonte stabile entro cui si garantisce la giustizia tra pari. la funzione normativa che regola le relazioni etico-politiche.

La responsabilità che precede la libertà, secondo Derrida, si inscrive: nell'agire morale fondato sulla volontà autonoma. nell'appartenenza a una comunità fondata sul consenso. nella condivisione di principi etici e giuridici. in una relazione eteronomica che eccede la padronanza del soggetto.

Nella lettura derridiana di Aristotele, il concetto di philía è attraversato da una tensione che si esprime: nel contrasto tra desiderio e ragione nella scelta dell'amico. nell'oscillazione tra logica comunitaria e ideale autarchico della virtù solitaria. nella sovrapposizione tra amore divino e amore umano. nella distinzione netta tra amicizia politica e morale.

In chiave decotruttiva, La domanda "chi è l'amico?" comporta: una definizione giuridica del legame. una riconduzione all'identità del soggetto. un appello che eccede ogni sapere dato. una delimitazione etico-morale del concetto.

Secondo Derrida, il pensiero stesso si realizza come: pensiero del sé. atto di fondazione normativa. esperienza solitaria dell'introspezione. pensiero dell'altro.

In base alla decostruzione di Derrida, la "fratellanza" come fondamento della democrazia può implicare: un'apertura universale all'alterità. la necessità di uguaglianza assoluta tra i soggetti. un rischio di esclusione e naturalizzazione biologistica. un superamento definitivo delle gerarchie.

Il concetto aristotelico di amicizia è criticato da Derrida per essere basato su: una concezione religiosa del bene. un principio logico-razionale assoluto. una reciprocità che si fonda sull'amore di sé. una finalità utile e pragmatica.

Per Schmitt, il "nemico" politico è identificabile come: soggetto ideologicamente contrario. individuo ostile in senso personale. nemico privato (inimicus). nemico pubblico (hostis).

La distinzione amico/nemico in Schmitt è intesa come: criterio formale del politico. strumento di propaganda politica. criterio morale di giudizio. esito inevitabile del pluralismo.

Secondo Derrida, il "politico" non può mai coincidere pienamente con: la fraternità religiosa. il suo stesso concetto. la struttura parlamentare. l'autorità della legge.

L'"impurità" del politico per Derrida si manifesta nel fatto che: è esente da ogni distinzione ideologica. esiste solo nel pensiero religioso. rifiuta ogni forma di responsabilità. il suo concetto è sempre inadeguato alla prassi politica reale.

Per Derrida, il concetto di "comunità degli amici" porta con sé: una logica implicita di esclusione. un'idea aperta e inclusiva di convivenza. una forma di democrazia diretta. una valorizzazione del dissenso.

La distinzione schmittiana fra stásis e pólemos è criticata da Derrida per essere: fondata su ideali democratici. impossibile da applicare nella concretezza storica. legata al diritto romano. propria della modernità tecnica.

La definizione del nemico in Schmitt è collegata a: una prospettiva puramente emotiva. l'indifferenza politica della massa. l'esistenza dello Stato. un'economia liberale.

Per Derrida, l'esercizio del "politico" comporta: l'adeguamento a una realtà fondata su regole universali e impersonali. la formulazione di un concetto formalmente stabile. l'appartenenza a una struttura neutra al di sopra delle parti. una pratica che espone all'evento dell'altro, alla decisione e alla responsabilità.

Nel pensiero di Carl Schmitt, il politico si definisce, tra l'altro, come: possibilità reale dell'uccisione del nemico. volontà di potenza etica. determinazione economica dell'amico. creazione consensuale dell'identità.

Secondo Derrida, la relazione amico/nemico in Schmitt si configura come: deduzione economico-politica. alleanza simbolica e reciproca. relazione asimmetrica incentrata sul nemico. riconciliazione simmetrica.

Per Derrida, l'atto del decidere si fonda su una: adesione soggettiva alla norma. struttura comunitaria condivisa. passività costitutiva dell'agire. volontà trascendentale dell'ente.

L'inversione proposta da Derrida rispetto all'impianto schmittiano riguarda: la relazione fra essere ed ente. la connessione fra guerra e pace. il legame tra Stato e Nazione. il rapporto fra "politico" ed esistenza.

Il "forse" nietzschiano si apre alla: possibilità dell'impossibile. fondazione stabile dell'amicizia. logica dell'identità duale. visione lineare della storia politica.

L'affermazione di Nietzsche "nemici, non c'è alcun nemico" annuncia: un'alternativa morale al conflitto. un superamento della logica oppositiva. la fondazione della fratellanza naturale. una giustificazione della guerra preventiva.

L'amicizia che, secondo Derrida, eccede la presenza determinata, è: un legame tra soggetti reciprocamente simmetrici. una figura etico-politica del diritto naturale. un'esperienza sempre differita, sempre a-venire. un patto civile fondato sull'identità.

L'amico, nella lettura di Derrida, è: singolarità assoluta che eccede l'ordine della presenza. soggetto identificabile della relazione. presenza conforme alle norme giuridiche. manifestazione di un'identità riflessa.

L'amicizia derridiana è caratterizzata da: reciprocità vincolante e identitaria. esperienza sospesa, possibile nella sua impossibilità. struttura fondata sul contratto sociale. mutualità e riconoscimento simmetrico.

L'evento dell'amicizia a-venire si manifesta come: identità costruita nel presente. equilibrio fra alterità e appartenenza. presenza eccedente e sempre differita. risposta stabile alla domanda politica.

In Derrida, il rapporto tra democrazia e decostruzione è caratterizzato da: un'esclusione reciproca tra ragione e decisione. una struttura condivisa di indecidibilità e apertura. una sovrapposizione normativa e giuridica. un'identità concettuale completa.

L'immagine della "democrazia a venire" implica: una forma politica futura già programmabile. un'idea normativa compiuta. una promessa incalcolabile e differita. una regressione verso il passato.

A partire dal pensiero di Derrida, la democrazia può essere descritta come: una forma istituzionale chiusa e stabile. un ideale regolativo compiuto. un concetto con fondamento ontologico. un accadere che si sottrae all'essenza e al concetto.

Il messianico senza messianismo allude a: un evento senza orizzonte d'attesa. una venuta anticipabile dell'altro. una salvezza garantita. una speranza trascendente.

Secondo Derrida, la democrazia vive nella tensione tra: affermazione dell'identità e logica maggioritaria. calcolo normativo e rappresentazione simbolica. singolarità irriducibile e uguaglianza contabile. differenza culturale e assimilazione collettiva.

Secondo Derrida, la rappresentanza democratica è in tensione con l'alterità perché: tende a rendere l'altro pienamente sostituibile. rivendica un ordine storico determinato. giustifica il rifiuto della diversità. favorisce un regime totalitario.

Nella democrazia a venire, il "vuoto" di presenza indica: assenza di senso e significato. rifiuto di ogni forma istituita. discontinuità rispetto al diritto. differenza e apertura all'a-venire.

Nello spazio democrativo, la promessa dell'impossibile è legata a: una visione politica pragmatica. l'apertura incondizionata all'altro. una regolazione normativa della giustizia. una potenza d'essere misurabile.

La decostruzione come gesto etico-politico consiste in: rifiutare ogni relazione con l'altro. fondare una nuova norma metafisica. porre in discussione i concetti ereditati. sostituire la legge con l'emozione.

L'immagine della giustizia in Derrida rimanda a: un fondamento logico e stabile. un'esperienza dell'impossibile. una legge del diritto positivo. una verità universale preesistente.

Nel pensiero di Derrida, l'eticità si manifesta come: principio universale di uguaglianza. espressione giuridica della sovranità. condizione necessaria per la cittadinanza. interpellanza originaria che precede ogni fondazione del soggetto.

Secondo Derrida, la richiesta del nome all'altro può compromettere: la possibilità dell'ospitalità incondizionata. la reciprocità della relazione. l'ordinamento democratico. la giustizia del diritto.

Nell'etica derridiana dell'ospitalità, il linguaggio rappresenta: uno strumento tecnico di identificazione. una modalità per regolare il diritto. la soglia in cui si decide l'inclusione o l'esclusione dell'altro. la trasparenza della comunicazione democratica.

L'ospitalità incondizionata secondo Derrida è da intendersi come: l'interruzione dell'identico che espone al tutt'altro. un'azione volontaria e programmabile. una pratica regolabile tramite protocolli diplomatici. una norma morale alternativa al diritto positivo.

La legge dell'ospitalità incondizionata, per accadere, deve: evitare ogni contatto con il diritto. articolarsi nella tensione con le leggi che la realizzano. essere fondata sullo dallo stato sovrano. essere tradotta in norma giuridica rigida.

Il soggetto, nel pensiero di Derrida, è costituito: da una identità stabile e autonoma. dal fondamento razionale del sé. da una relazione di eterogeneità che lo precede. da una sovranità autodeterminata.

L'immagine dell'ostaggio, che Derrida riprende da Lévinas, esprime: la struttura passiva della responsabilità. una privazione esterna. la perdita della sovranità nazionale. un effetto collaterale della guerra.

L'Unheimliches, che Derrida ripensa a partire da Freud e Heidegger, si riferisce a: la legge inconscia della civiltà. un sintomo clinico della paura. un concetto etico di esclusione sociale. l'inquietudine generata dall'estraneità intima al sé.

In Derrida, la figura dell'altro come spettro implica: una forma di alterità che disloca l'identità del soggetto. l'esclusione del prossimo come minaccia. una presenza empirica pienamente identificabile. la cancellazione del diritto.

La responsabilità, per Derrida, si segnala come: una categoria della giustizia distributiva. una risposta all'altro che precede la libertà del soggetto. una conseguenza della libera decisione. un atto che segue l'elaborazione normativa.

Nel pensiero di Derrida, il diritto si fonda: su un principio universale condiviso. su una giustizia riconosciuta come superiore. su una verità trascendente. su un atto performativo originario.

Nel rapporto fra giustizia e diritto, la decostruzione si rende possibile allorché: la giustizia si realizza pienamente nel diritto. il diritto appare decostruibile e la giustizia indecostruibile. la legge trova fondamento nella morale. sia diritto sia giustizia sono completamente opposti.

La giustizia, nel pensiero di Derrida, eccede: la sensibilità morale individuale. l'azione politica. l'accordo sociale condiviso. i vincoli dell'ordinamento normativo.

Nel pensiero derridiano, la giustizia esige: la piena applicazione della norma. la coerenza tra legge e moralità. il calcolo dell'incalcolabile. l'eliminazione di ogni ambiguità giuridica.

In Derrida, la citazione shakespeariana "il tempo è fuori di sesto" suggerisce che la giustizia: si manifesta nell'adempimento dell'ordine temporale stabilito. irrompe disarticolando l'ordine del tempo e sospendendo ogni presenza definita. è possibile solo nel ripristino del tempo legale e cronologico. si compie nella restaurazione dell'equilibrio normativo.

Nel pensiero di Derrida, l'alterità rimanda a: ciò che disloca ogni identità e precede ogni padronanza. un concetto religioso. una minaccia da neutralizzare. un elemento esterno e secondario.

Nel pensiero di Derrida, l'ospitalità, in senso radicale, implica: la difesa dell'identità dall'alterità. il controllo dell'accesso da parte del soggetto. l'apertura all'Altro come costitutivo del sé. l'assimilazione dell'ospite nei propri schemi.

Nella relazione educativa, in base alla riflessione di Derrida, l'insegnamento "giusto" è: una guida diretta secondo regole fisse. una trasmissione di contenuti standardizzati. una sintesi tra sapere e autorità. un'accoglienza dell'alterità senza padronanza.

In chiave pedagogica, l'etica dell'ospitalità comporta: un canone valutativo oggettivo. una responsabilità che precede ogni sapere. un metodo educativo uniforme. un sistema etico razionalistico.

L'insegnamento non maieutico, nella prospettiva dell'ospitalità educativa, implica: la ricettività radicale dell'insegnamento che proviene dall'Altro. trasmettere all'allievo ciò che egli già sa in potenza. guidare il discepolo secondo tappe progressive. condurre l'allievo verso il sapere implicito che possiede.

Nella prima tesi sui nuovi studi umanistici proposta da Derrida, l'identità umana è concepita come: fondata su caratteristiche naturali invarianti. confermata dalla distinzione netta tra uomo e animale. garantita dalla tradizione filosofica occidentale. storicamente costruita e continuamente riscrivibile.

Nella seconda tesi sui nuovi studi umanistici elaborata da Derrida, la nozione di sovranità viene intesa come: garanzia ontologica della libertà individuale. oggetto da interrogare criticamente, non da assumere come fondamento. principio naturale inscritto nella storia dell'uomo. funzione protettiva dell'autorità statale.

In base alla terza tesi dedicata da Derrida ai nuovi studi umanistici, la genesi del professorato è collegata a: separazione tra sfera religiosa e sapere istituzionale. genealogia accademica e retaggio religioso del sapere. esclusione della fede dalla trasmissione universitaria. neutralità epistemica garantita dal metodo scientifico.

Nella quarta tesi sui nuovi studi umanistici, dedicata alla letteratura, Derrida invita a: problematizzare l'idea di sovranità incondizionata legata al diritto a dire tutto o a non dire tutto. intendere la letteratura come tecnica argomentativa fondata su dati verificabili. assumere la letteratura come esercizio linguistico privo di valore epistemico. intendere le letteratura come espressione stilistica secondaria rispetto alla filosofia.

Nella quinta tesi sui nuovi studi umanistici, relativa all'insegnamento e al professorato, Derrida dichiara: che il professorato riguarda un esercizio valutativo di competenze stabilite. di voler assegnare al professorato il compito della descrizione scientifica dei contenuti culturali. la propria fede in una certa necessità del professorato. che il professorato incarna la trasmissione lineare di verità consolidate.

Secondo la sesta tesi sui nuovi studi umanistici elaborata da Derrida, la distinzione tra constativo e performativo è vista come: fondamento logico della sovranità del sapere. eredità metodologica della scienza moderna. garanzia necessaria del linguaggio accademico. schema rassicurante che l'università deve imparare a decostruire.

Nella settima tesi sui nuovi studi umanistici, l'evento è concepito da Derrida come: manifestazione empirica di una regola precedente. ricostruzione simbolica all'interno di un sistema narrativo. accadere dell'impossibile, eccedente ogni sapere costituito. passaggio ordinato da un concetto a un altro.

L'impossibile, nella prospettiva dell'evento, è inteso da Derrida come: condizione che apre e sospende ogni possibilità determinata. errore logico da neutralizzare attraverso il linguaggio. vincolo tecnico che impedisce l'azione performativa. limite esterno al sapere da neutralizzare nel ragionamento critico.

Nel pensiero di Derrida, l'università senza condizione è contraddistinta da: autonomia funzionale entro regole costituzionali fisse. incondizionatezza affrancata dall'idea di sovranità. potere disciplinare incentrato su norme universali. neutralità garantita dal riconoscimento statale.

La "resistenza" dell'università senza condizione, secondo Derrida, si esprime come: strategia di consolidamento della forza istituzionale. opposizione critica fondata sul prestigio accademico. recupero della neutralità epistemologica. im-potere, ovvero azione critica senza esercizio sovrano.

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